“Non c’è via più sicura per evadere dal mondo, che l’arte; ma non c’è legame più sicuro con esso che l’arte” (Wolfgang Goethe)

Esiste un registro del silenzio, quello della pietra, del legno, dei metalli (nobili o plebei), del vetro, che giace o si erge, scolpito o architettonico, che sembra dire senza ambiguità, con lo spessore e la densità della materia, che il corpo, il corpo dell’arte, se non può evitare la morte, può sostenerne, almeno, la sfida.
È proprio da questo presupposto che prende avvio l’opera di Enzo Carnebianca; il quale entra nel mondo dell’arte come ospite leggero ed evanescente ma che lascia segni profondi e perturbanti.
Le sue sculture colpiscono dritto al cuore per la forza espressiva, non disgiunta da una limpidezza, da una purezza che rimandano ad un passato: evocato, immaginato, sognato.
Queste opere, che affondano le radici in un curioso e personale surrealismo, riescono a dare consistenza a pensieri e rendono materia la psiche.
La scultura, fra tutte le arti, è forse la più vicina al reale nella rappresentazione che dà del mondo, Carnebianca, perfettamente in linea, riesce a materializzare: oggetti, persone, situazioni, come fossero qualcosa di fisiologico e dà corpo ai suoi ed ai nostri fantasmi.
Enzo Carnebianca, da autentico amatore della materia, lavora soprattutto sulla sottrazione.
Sembra non occuparsi di creare forme e volumi; il suo imperativo è invece scarnificare la forma, sezionare il volume.
Eccolo di fronte a volumi assoluti intento a cercarne: la genesi, l’anima, penso a: “Le Mute”; a “Vortice”; a “Sedia con Serpente”…
Autentico artista moderno, Carnebianca nella confusione di questo fine millennio, persegue l’origine dell’opera d’arte, è forse anche per questo che le sue sculture mi provocano ogni volta brividi profondi.
La sua misura dello spazio è sempre esatta e perfetta, come se usasse le mani quale prolungamento di cuore e cervello, finalmente uniti.
Le sculture di Enzo Carnebianca non sono mai mastodontiche, anzi tendono al piccolo, quasi a voler confondere l’oggetto arte con l’oggetto reale, l’eterno col quotidiano.
È proprio questo stare sempre sul filo del rasoio a rendere queste sculture un modo intelligente, sia per l’autore che per lo spettatore, di allontanare l’angoscia del vivere e soprattutto di alleggerire il terrore di morire.
Carnebianca, da autentico esploratore, si immerge totalmente e profondamente in forme e volumi lasciando però fuori le verità assolute e così riesce a produrre sculture naturali, genetiche.
Le sue figure sono delicate e fragili eppure così forti e imponenti.
Sono contenitori d’anime, gabbie, aperte che incitano alla liberazione.
Costellate di piccoli segnali rituali, penso agli orologi, che sembrano emergere da un passato lontanissimo oppure preludere ad un futuro assai remoto.
Le sculture in oro, poi, si concentrano intorno ad un riflesso, dentro un bagliore che risveglia l’inconscio e lo espone senza timori.

Ma vorrei soffermarmi un momento sulla sostanza dell’opera di Enzo Carnebianca, parlando dei modi, delle implicazioni, delle possibilità occulte che lo scultore persegue all’interno della categoria del fantastico.
Rinviando, in modo neppure troppo segreto, a modelli come: Salvador Dalì, Max Ernst, Alberto Giacometti, e in modo invece sotterraneo a Medardo Rosso e Auguste Rodin.
Carnebianca nel ricongiungere forma e contenuto imbocca una strada del tutto personale e crea qualcosa di spanerso.
Ancora una volta la dualità prende corpo.
Ma se invece di fantastico parlassimo di metafisico? Eccola la vera novità di Enzo Carnebianca, il suo lavoro presuppone uno zibaldone filosofico e religioso: plasmato, graffiato, scarnificato dal quotidiano.
In questo scultore la materia, non solo quella all’opera, ma anche la corporeità del prodotto arte, spanenta un discorso non retorico perché depurato dall’aurea.
Carnebianca cerca di invitare il suo spettatore sulla strada che è quella dell’interiorità lanciandogli delle esche che poi subito ritira.
L’autore vuole liberare sé e il suo spettatore-fruitore dall’angoscia.
Confermando e confortando quanto dice Herman Broch: “Ciò che conduce al di là della mera psicologia è un fenomeno di angoscia.
In effetti, tutto ciò che succede in questo mondo serve alla lotta contro l’angoscia, si tratta di quell’unica angoscia autenticamente metafisica, di quella grande, indomabile e irriducibile angoscia della vita che assale l’uomo nell’attimo stesso in cui la sua coscienza, per la prima volta, ha di fronte a sé la solitudine della morte.
È un’angoscia che può essere placata solo quando l’uomo comincia ad intuire la connessione tra la sua terribile mortale finezza e l’infinità del cosmo”.
Ebbene, Enzo Carnebianca, con la sua scultura, così sinuosa e scarna al tempo stesso, prova a ricucire questo scarto, tenta di portare se stesso e quindi chiunque sia disposto a seguirlo nel suo cammino, appena tracciato, in una zona franca, dove i contrasti si ricompongono e dove il magmatico prende forma, così l’artista, austero ricercatore, ma anche umile artigiano dell’esistere e del cercare, si fa avanguardia.
Carnebianca, parafrasando ancora Broch “riscatta con le sue sculture la sventura senza nome” stanandola, facendola conoscere, così che l’uomo possa esorcizzarla.
Ecco, la sculture di Enzo Carnebianca sono esorcismi contro la morte.
L’opera di Enzo Carnebianca è dominata dall’eterna lotta tra bene e male; tra essere e spanenire, tra sogno e realtà, e da questa lotta nasce l’arte.
I corpi, gli oggetti, le maschere da questo scultore, vengono tastati, esplorati, sezionati.
Il suo racconto è un continuum che avanza per sottrazione, sottrazione che lavora col filtro della poesia.
Così la voglia e il desiderio di un ritorno non meccanico al passato e la reintegrazione con la natura non stridono affatto con il tempo che inesorabile scorre e con la magneticità del futuro.
Carnebianca lascia sul cammino del mondo alcune piccole pietre firmate in un diario pubblico di grande generosità.
I veri artisti sono sempre generosi.
E allora il disegno dell’ala di una farfalla o il fascino dell’incantesimo e la sinuosità di: “Il Bacio”, o ancora l’arcano di “Le Maschere”, nella loro semplice epicità, e nella loro lirica eroicità, hanno la stessa matrice, provengono da un bisogno identico, quello di superare il reale, quello di vincere la morte.

Dario Bellezza