Quel giorno di fine dicembre ’94 visitando al Forte Spagnolo dell’Aquila la mostra di Enzo Carnebianca una strana inquietudine mi aveva pervaso. Passato il primo impatto, gli ominidi futuribili che popolano l’universo surreale dello scultore mi avevano rivelato ad una più attenta osservazione il fluire incessante del tempo, dal passato misterioso al presente al spanenire, il tutto sublimato in un unico istante vitale di struggente suggestione. L’apparente non-sense del titolo: “Il tempo senza tempo” si riappropriava così del suo più profondo significato, riportandomi all’eterno problema dell’uomo nato con la speculazione filosofica da Parmenide, Platone, Aristotele a Kant, Bergson e Proust. Cos’è il tempo se non una dimensione umana? Di fronte all’Entità Primigenia passato presente e futuro sono sullo stesso piano, nient’altro che una realtà circolare ben simboleggiata dal serpente che si morde la coda; era, è, sarà.

L’inquietudine spanentava più sottile, paragonabile in termini d’esperienza comune all’angoscia che ti prende quando di fronte ad una persona od una località mai viste hai la sensazione di un volto noto o di un posto già conosciuto in una precedente esperienza. Di colpo vacilla la rassicurante educazione della civiltà moderna riaprendo l’abisso di interrogativi mai risolti.

Ecco se così posso dire è sugli struggimenti della memoria che fanno leva le sculture di Enzo Carnebianca. Gli esseri androgeni di Enzo non sembrano vivere sul pianeta terra quanto piuttosto in futuribili spanerse dimensioni, ma continuo è il rimando ai temi del passato giocato in chiave surreale. Ora è la mela sbocconcellata del peccato originale posta in luogo del cuore, ora il quadrante di un orologio senza lancette sito ove anticamente stava il terzo occhio (l’ajna chakra), ora una serratura collocata sulla fronte, per ricordarci come la mente sia sede dell’Enigma che per essere svelato abbisogna di una chiave.

Con felice intuizione il critico Domenico Guzzi inspanidua due moventi fondamentali nelle opere dello scultore. “Da un lato la memoria e la memoria storica, per la quale il suo cosmo sembra svilupparsi lungo un arco che in sé comprende momenti apparentemente contraddittori ma niente affatto in collisione: attenzione singolarissima alla qualità del reale interpretato che si coniuga per una materia quasi al limite estremo di un ideale diapason; d’altro canto una motivazione narrante contemplata in chiave emblematica che alimenta il mistero”.

A illustare l’opera di Carnebianca, prima ancora dei lusinghieri giudizi formulati dai maggiori critici italiani di arte contemporanea, valgono, a mio giudizio, gli struggenti versi che, un anno prima di morire, a lui ha dedicato Dario Bellezza.

Rileggendoli capiremo come solo chi é baciato dall’arte può volare oltre gli angusti confini della vita.

agosto ’97
Maurizio Berri