La testa della Medusa, apotropaica e letale insegna dell’egida di Atena, riprodotta da un artista come il Caravaggio, capace di sondare la dimensione della più profonda angoscia esistenziale, ma anche da un intellettuale imbevuto di cultura umanistica e neostoica come Rubens; il capo mozzato di Golia, che nel quadro della Galleria Borghese, ancora di Caravaggio, diviene il non occulto e dolente autoritratto del pittore; l’olimpico Zeus tonitruante di Fidia, perduto; ma soprattutto il ritratto bronzeo del pugile Satyros di Elide, modellato da Silanion di Olimpia (330 a.C.) nel Museo Nazionale di Atene: sono molteplici le ascendenze e gli echi figurativi contenuti in questo bronzo di Carnebianca, che, nonostante la potente icasticità, oltrepassa la dimensione autobiografica e fisionomica per farsi icona di una condizione di perenne ricerca artistica condotta nel segno dell’Angst (angoscia). Perché invece di inquadrare il volto dalla chioma anguiforme, le cornici lo incardinano assialmente facendolo girare su se stesso come fosse il saracino di una giostra da torneo, o il marinaio di Horcynus Orca, un nuovo Ulisse condannato a essere prigioniero della Storia, a starvi “dentro” senza potervisi sottrarre piegando gli eventi ai propri fini (la stessa struttura ritornerà a incasellare un volto androide in Enigma del 1994). Ma è appunto la violenza della soluzione formale a ribadire la “presenza” di questo volto che sembra affiorato dall’antichità, a riaffermare orgogliosamente e tragicamente la condizione fabbrile e febbrile dell’artista: reso assoluto, tanto materico quanto astratto nel suo schema di contraddittorie e tridimensionali inquadrature, l’Autoritratto comincia dove finisce l’Autore storico, Enzo Carnebianca: non è lo scatto fotografico di un momento, non è la registrazione fisionomica dello scultore, ma il telos dell’artista, il suo destino-compimento, l’irragiungibile immortalità della forma mortale, l’angoscioso rapportarsi alla Storia, a quella Tradizione che è come se fosse una malattia, dei cui virus siamo inevitabilmente i portatori: la verifica si trova in altri autoritratti, questa volta dipinti, in cui Carnebianca si raffigura una volta sotto le spoglie inquietanti del bicipite dio Giano, simbolo della doppia dimensione temporale del passato e del futuro, e dellla doppia condizione morale, del Bene e del Male; un’altra volta (Presa di coscienza) accoppiato a un volto femminino che è androide e futuribile ma che è ormai definitivamente codificato all’interno dell’opera complessiva dell’artista stesso.

Marco Gallo